(A)NORMALITÀ

Hey there! Sto leggendo un libro di Paolo Crepet: “Vulnerabili”.

Curioso che il mio precedente articolo si intitoli proprio così, giuro di non averlo fatto apposta. Questo libro è arrivato a me per caso, mi è stato prestato, in un momento in cui forse ne avevo più bisogno.

Oggi vi propongo queste due citazioni, che ho fotografato e riportato sopra, e che dovrebbero rappresentare un promemoria per tutti noi. Per tutte le volte che desideriamo ritornare a una “normalità” che in realtà ha poco di vero e tanto di immaginario… Perché cos’è davvero la normalità? È questo uno dei maggiori interrogativi che si pone il libro che sto leggendo.

Se qualcuno mi chiede che cosa significa per me un comportamento normale, non saprei cosa rispondere. Però fa parte di un vocabolario molto utilizzato.” Sostiene Crepet. “Il fatto è che l’idea stessa di normalità è consolatrice perché ci rende simili, ci rassicura da fughe, da deviazioni. Bisogna stare allineati e coperti” continua “e chi esce da quell’ordine, da quella riga, viene visto come un provocatore, un potenziale sovversivo, mentre se si aderisce ai valori e ai comportamenti cui la maggior parte della gente acconsente ci si sente accettati, si rientra nel gregge. Anzi, potrei dire che, proprio come la regola fa con le eccezioni, la normalità esiste solo per definire gli anomali, gli irregolari e siccome molte persone hanno paura di chi è fuori, allora ci si aggrappa a un’icona confortante: se sei dentro sei normale, quindi socialmente accettabile.

Ma ciò che noi definiamo “normalità” non rientra forse in un ordine di cose che è puramente personale e soggettivo? Dunque, se la normalità è soggettiva, a cosa desideriamo tornare una volta che questo periodo pandemico sarà finito? Alla routine? Al quotidiano ordine delle cose, sì, forse sarebbe più azzeccato. A prendere il caffè al bar, a fare aperitivo con gli amici, a fare tardi la sera, ad andare a mare. Oppure alla non-quotidianità, andando in vacanza lontano da casa, viaggiando anche fuori nazione. Cosa fa parte della normalità che ognuno di noi ha costruito per se stesso?

A me piace tanto poter dire che ho costruito la mia personalissima visione delle cose, man mano, la mia vita, con le mie scelte diverse da quelle di tutti gli altri che hanno ovviamente vissuto altre esperienze rispetto a me e hanno tratto conclusioni altrettanto personali.

Eppure, dice ancora Crepet, “dire che uno è un visionario è diventato offensivo tanto quanto dargli del sognatore. Perché la normalità prevede piedi ben piantati sulla terra, anche se è coperta di fango.

Perché deve essere così? Perché se qualcuno ha degli schemi mentali diversi – per cui magari ha lottato, che si è costruito duramente nel tempo – tendiamo a giudicarlo come “anormale”? Anormale secondo chi e secondo quale parametro?

Se diamo per assodato che la normalità che intendiamo è la quotidianità per alcuni e la non-quotidianità per altri, in base alle esigenze nate soprattutto durante l’ultimo anno, non possiamo anche accettare che ognuno compia le proprie scelte senza dover dare tante spiegazioni? A prescindere da tutto. A prescindere da noi e dalle nostre concezioni. Tanto coesistiamo benissimo tutti.

“La normalità esige che tutto sia verosimile e mai vero, perché la verità terrorizza. Meglio la quotidiana finzione che illude e rasserena.

Vi lascio riflettere con quest’ultima citazione e vi consiglio vivamente la lettura di Crepet, che ogni suo libro in generale vi possa ispirare…

Tutto si ferma a volte.

Hey there, non vi capita a volte di sentirvi fermi e di non potervi muovere? Come le paralisi del sonno, che sembrano brutti incubi ma sono così vividi che te li ricordi eccome.

In zona rossa è facile sentirsi fermi, credo, è che io ferma non ci so stare. Non sono fatta per la vita sedentaria, io che amo uscire e fare lunghe passeggiate, tra le piazze e i negozi, io che amo vedere la gente e isolarmi in mezzo alla confusione… Ma sì, perché essere da sola in mezzo a un mucchio mi fa sentire più serena e più forte. Essere uno in mezzo a cento non è meglio che essere uno e basta? Dovremmo stare vicini, in un periodo del genere. Eppure proprio stare vicini ci distruggerebbe, sta già distruggendo tante famiglie e persone.

Trovo che sia tutto così strano adesso, che quasi mi confondo se ci penso. Ma le regole sono regole finché il mondo non si “risistema”.

Ho una paralisi del sonno non so da quanto tempo, si ripete ciclicamente e mi ricorda che non sto dormendo ma non posso neanche svegliarmi del tutto. Che ci vedo bene, ma non posso muovermi. Con le braccia e le gambe fuori gioco, gli occhi sono gli unici che apaticamente seguono la scia della realtà, ma è difficile non perderla di vista. È l’ultimo barlume di luce rimasto, nel caos di quello che mi circonda tra vestiti spiegazzati e pensieri mischiati.

La notte aiuta, porta consiglio dicevano. Forse è vero, ma il mio non l’ho ancora ricevuto. E no, non c’entra solo la pandemia. La mia è una notte interiore, a volte fredda, a volte incendia… Ci vorrebbe dell’acqua.

Chissà come si chiama la sete di futuro. Ché il passato è una pentola intera di acqua bollita, in parte evaporata. Il presente somiglia a una sorgente, a volte fresca e desiderabile come dopo una lunga corsa, a volte insignificante e per niente soddisfacente. Chissà di cosa sa il futuro… io so com’è averne sete, questo sicuro.

Mentre scrivo come un flusso, è come se queste parole fossero arrivate a me da sole. Io non mi precludo né precludo loro alcuna strada, dato che (come avrete capito) ho sete e non vedo l’ora di vedere dove arriveremo insieme. INSIEME. Capito?

02:29, 26/03/21

Essere positivi (ai tempi del Covid)

Hey There! Io mi trovo a Bologna in zona rossa e, potendo fare ben poco, ho preso l’abitudine di andare al parco tutte le mattine. Cammino, corro, respiro aria fresca.

Oggi al parco ho visto delle persone che sapevano di libertà. Alcune facevano jogging, altre passeggiavano con i bambini, sorridevano, si guardavano intorno. Alcune tenevano la mascherina come fosse un foulard, altre come una maschera per l’ossigeno. Alcune camminavano velocemente ma assaporando visibilmente il momento, altre si muovevano in modo più furtivo.

Potrei parlare del fischio allegro degli uccellini e del fruscio degli alberi, ma sembrerebbe una cosa scontata o banale. Perché spesso tendiamo a sottovalutare, io per prima, l’importanza e la bellezza della natura. Essere rimasta chiusa in casa per mesi, durante i vari lockdown nazionali, me lo ha fatto capire.

Stare a contatto con l’esterno può far stare bene, avere la libertà di muoversi senza paura fa bene, distaccarsi dalla tecnologia per qualche ora fa bene. Parto da casa con solo le chiavi, la mattina presto, lascio portafogli e cellulare. Sto fuori un’ora circa. Questa nuova routine mi ha fatta rinascere. Posso dire tranquillamente che lo sport mi ha salvata, più a livello mentale che fisico. Perché trovare delle cose da fare in casa è facile, alla lunga porta a un po’ di noia ma è facile, soprattutto se sfrutti il periodo per dedicarti ad hobbies e passioni. Ma la leggerezza di una passeggiata, a voi non cambia la giornata? Fa anche rima.

Parecchie volte mi sono chiesta, durante il 2020, come sarebbe stato tornare a rivedere tutto il cielo – ci ho anche scritto una canzone, Truman Show, (QUI PER ASCOLTARE E VEDERE IL VIDEOCLIP):

Foto tratta da “Truman Show”, di Luzeh

Rivedere tutto il cielo, stare abbracciati sotto al cielo… Quanto può essere bello? Dai, “sii positiva” mi sono detta. No… aspetta: positiva in che senso?? Ché bisogna stare attenti con le parole, di questi tempi. In tutti i sensi è diventato brutto dire di essere positivi: se lo dici in pubblico, la gente si spaventa; se lo pensi, pensi anche che al momento non c’è granché per cui essere felici. Puoi sostituire con “ottimista” che già suona meglio, rende l’idea e non fa paura. Ma a voler essere realisti si fa prima, pessimisti ancora più in fretta. Vero? Voi che parola scegliete per descrivere il vostro stato d’animo attuale?

Io ho trovato la mia parola preferita, l’ho sostituita a libertà per adesso ma conduce sempre lì: è la fiducia.

Ho fiducia che un giorno, si spera non molto lontano, potremo correre al parco senza sovrastrutture perché non saranno più necessarie. Ho fiducia che potremo riabbracciare parenti, amici e conoscenti senza ansie e che questo periodo diventerà un ricordo, una fase, una guerra silenziosa e maledetta che tuttavia ci avrà fatto riscoprire il valore della bellezza che ci circonda, di quanto significhi essere liberi di dare una stretta di mano, un bacio o una carezza. Ho fiducia. Voglio averla. Perché non accetto di pensare negativamente.

Nell’arco di un anno, tante cose sembravano impossibili eppure sono successe (ad esempio, avreste mai pensato di vivere una pandemia globale??)

Certamente abbiamo combattuto e sofferto, chi più chi meno, e certamente siamo stanchi adesso e abbiamo voglia di tornare alla normalità, di lavorare con serenità. Ma ci arriveremo, sarebbe stupido arrendersi quando manca solo qualche ultimo sforzo!

Io ho scelto la mia parola, la vostra qual è? Nel frattempo continuo a prendere tutta l’aria fresca mattutina che mi è possibile, mi dedico molto a me, alla casa, cucino, dormo, canto, scrivo, apro blog! Vi farò sapere cos’altro mi invento.

Foto tratta da “Truman Show” official videoclip, di Luzeh