Tutto si ferma a volte.

Hey there, non vi capita a volte di sentirvi fermi e di non potervi muovere? Come le paralisi del sonno, che sembrano brutti incubi ma sono così vividi che te li ricordi eccome.

In zona rossa è facile sentirsi fermi, credo, è che io ferma non ci so stare. Non sono fatta per la vita sedentaria, io che amo uscire e fare lunghe passeggiate, tra le piazze e i negozi, io che amo vedere la gente e isolarmi in mezzo alla confusione… Ma sì, perché essere da sola in mezzo a un mucchio mi fa sentire più serena e più forte. Essere uno in mezzo a cento non è meglio che essere uno e basta? Dovremmo stare vicini, in un periodo del genere. Eppure proprio stare vicini ci distruggerebbe, sta già distruggendo tante famiglie e persone.

Trovo che sia tutto così strano adesso, che quasi mi confondo se ci penso. Ma le regole sono regole finché il mondo non si “risistema”.

Ho una paralisi del sonno non so da quanto tempo, si ripete ciclicamente e mi ricorda che non sto dormendo ma non posso neanche svegliarmi del tutto. Che ci vedo bene, ma non posso muovermi. Con le braccia e le gambe fuori gioco, gli occhi sono gli unici che apaticamente seguono la scia della realtà, ma è difficile non perderla di vista. È l’ultimo barlume di luce rimasto, nel caos di quello che mi circonda tra vestiti spiegazzati e pensieri mischiati.

La notte aiuta, porta consiglio dicevano. Forse è vero, ma il mio non l’ho ancora ricevuto. E no, non c’entra solo la pandemia. La mia è una notte interiore, a volte fredda, a volte incendia… Ci vorrebbe dell’acqua.

Chissà come si chiama la sete di futuro. Ché il passato è una pentola intera di acqua bollita, in parte evaporata. Il presente somiglia a una sorgente, a volte fresca e desiderabile come dopo una lunga corsa, a volte insignificante e per niente soddisfacente. Chissà di cosa sa il futuro… io so com’è averne sete, questo sicuro.

Mentre scrivo come un flusso, è come se queste parole fossero arrivate a me da sole. Io non mi precludo né precludo loro alcuna strada, dato che (come avrete capito) ho sete e non vedo l’ora di vedere dove arriveremo insieme. INSIEME. Capito?

02:29, 26/03/21

Hey There Delilah! Eccoci…

Hey There, eccoci qui. Primo articolo, primo binario di questo treno. Prima volta che “Alza la voce” diventa ufficialmente il mio motto. Prima volta che mi metto in gioco in qualcosa del genere, anzi… per quanto riguarda un blog è più o meno la seconda volta, ma ne parleremo più in là.

Perché adesso voglio chiedervi: voi ve la ricordate la vostra prima volta? No, non parlo di quello… Parlo della prima volta in cui avete creduto così tanto in qualcosa da lanciarvi senza paracadute, senza guardarvi indietro, fissando solo l’obiettivo davanti a voi. Parlo di quella volta che avete provato un brivido, con la vocina interiore che combatteva tra “fallo” e “non farlo”, con il cuore gonfio e le mani sudate. Con l’eccitazione di un bambino davanti alla sua prima decisione autonoma.

Per me la prima volta è stata in prima elementare, giustappunto, quando la maestra mi diede una matita e mi chiese di disegnare me stessa nella prima pagina del quaderno di italiano. Lo disse a tutti i bambini ma ricordo ancora come mi sembrasse assurdo dover racchiudere la mia immagine in un foglio così piccolo, con solo una matita poi! Come avrei fatto a dare forma a tutto quello che ero? Avrei dovuto aprire quel quaderno tutti i giorni, per tutto l’anno. Doveva essere una cosa fatta bene (sì, già da qui avrei dovuto intuire che sarei diventata una super puntigliosa e super rompi, ma d’altro canto sono nata sotto il segno della Vergine che di certo non aiuta).

Iniziai dai capelli, ricci, facili da rappresentare. Apparentemente. Quei capelli ricci che tanto odiavo di me, perché così diversi da quelli di tutte le altre bambine. Così decisi di tirare delle righe dritte, belle lunghe, folte ma a spaghetto. Il resto fu facile: viso minuto, corpo gracile, un sorriso sulle labbra, una gonnellina e una maglia. Dissi alla maestra che avevo finito. Passò dal mio banco e fissò per qualche attimo il mio disegno, un po’ perplessa. Aveva detto “brava/bravo” a tutti i bambini che avevano terminato, ma il mio disegno non la convinse.

Chi è questa bambina? mi domandò.

Sono io, però con i capelli lisci.

E perché ti sei disegnata con i capelli lisci se ce li hai ricci?

Perché, maestra, tu hai detto di disegnare me stessa. Così è come vorrei essere, io mi vedo così.

La maestra mi sorrise e mi disse che avevo fatto bene e lo prese da esempio per tutta la classe, perché avevo fatto di un compito la mia versione. Alla fine delle lezioni parlò anche con mia madre dicendo quanto avesse apprezzato, perché io avevo disegnato come volevo essere e non com’ero, rendendo a suo dire giustizia ai desideri e al senso del rappresentare se stessi.

Quella è stata la prima volta che ho capito che avevo una voce e che potevo usarla per dare spazio ai miei stati d’animo, ai miei pensieri, al mio sentirmi diversa ma così vicina agli altri. La prima volta in cui ho capito che dare voce a un desiderio vale più di seguire una regola. Quella è stata la prima volta che ho alzato la voce.

Ps. Col tempo ho imparato anche ad accettare ed apprezzare i miei ricci… ma senza mai rinunciare ad avere un opinione.